Scillato e le sue ricchezze

 

E’ un paese molto piccolo, che si sviluppa attorno alla piazza principale. Nella sua storia si è distinto per il ruolo di canale di collegamento tra il mare e la montagna, in una cornice ambientale florida e lussureggiante. Famosi i suoi giardini di arance, che per decenni hanno dato benessere agli abitanti dell’area. Ma Scillato, che conta poche centinaia di residenti, deve la sua notorietà anche alle ricche sorgenti d’acqua che permeano il suo territorio. Questo aspetto ha sicuramente avuto la sua influenza sulla nascita del centro, che si sviluppa ai piedi del monte Fanusi. Da questo e da altri rilievi giunge la ricchezza idrica che alimenta le falde del paese, le cui acque servono località molto importanti, come Palermo, collegata da un imponente opera di canalizzazione. Nei sotterranei del suo territorio scorrono dei veri fiumi di “oro bianco”, la vera ricchezza del futuro. I condotti di scarico di alcune sorgive hanno alimentato per anni le pale dei 13 mulini che, con un albero di trasmissione, azionavano le macine in pietra destinate ai prodotti agricoli. Anche questo serve a testimoniare la vivacità commerciale del luogo. Di alcuni impianti resta traccia sotto forma di ruderi, altri hanno subìto un sensibile restauro. Gli ultimi ad essere stati abbandonati hanno svolto il loro servizio sino agli anni Cinquanta. Sulla nascita di Scillato si sono avanzate diverse ipotesi. Le origini del nucleo più antico risalgono a un’epoca remota, essendo stato fondato da una piccola comunità di ateniesi, probabilmente conquistati dalla felice collocazione del sito. Pare che la denominazione scelta per identificarlo fosse “Scillezia” o “Scilluzia”, dal nome della Dea Minerva. In epoca normanna il centro appartenne alla contessa Adelasia, nipote del conte Ruggero. Nel ‘700 finì nelle mani dei duchi di Ferrandina. La dignità di Comune autonomo, esterno alla giurisdizione di Collesano, venne acquisita nel 1961. Tra le emergenze monumentali e religiose del paese spicca la chiesa di Santa Maria della Catena, nata intorno al 1500. A quel tempo il territorio era nel dominio dei Reali di Spagna, nell’ambito della Contea di Sclafani. Varcando il portone di ingresso si accede a un ambiente ad unica navata, dotato di volta a botte. Nell’altare maggiore spicca il simulacro in candido marmo della Vergine, che porta il Bambino Gesù sul braccio sinistro. L’opera è il frutto dell’abilità creativa dei fratelli Gagini. Ad essa si affiancano i gradevoli stucchi dell’abside. Interessanti anche la chiesa del Baglio, il palazzo Cirino e le grotte di Gonfalone. Negli ultimi tempi sono affiorati dal cuore della terra dei reperti d’eccezione, che attestano la presenza umana nelle basse Madonie a partire dal Neolitico medio. Ne è convinto un gruppo di docenti e archeologi, siciliani e spagnoli, che per alcune settimane hanno lavorato nel “Vallone inferno”, rinvenendo elementi che danno corpo a questa ipotesi. Ma le ricerche sono ancora nella fase iniziale.